Spagna 2  
           Il primo annunzio nell'Iberia romana

                                                di JUAN MIGUEL PRIM

Le origini della diffusione del cristianesimo in Spagna. Una varietà di tribù e popoli, l'arrivo dei Romani e le tradizioni degli inizi apostolici della Chiesa spagnola. San Giacomo e san Paolo

Due fattori rendono difficile il compito di ricostruire la storia delle origini del cristianesimo nella penisola iberica: da un lato, la scarsità di fonti sulle comunità cristiane spagnole dei primi due secoli; dall'altro, il fatto che la diffusione della nuova fede per l'oikumene - il mondo conosciuto - non seguì un piano prestabilito che possa essere esaminato dallo storico, ma fu frutto della testimonianza personale e comunitaria di tutti i membri della Chiesa nascente.
Così la descrive il grande studioso dell'antichità cristiana Gustave Bardy quando, dopo aver rievocato l'incontro dei primi due discepoli con Gesù e la spontaneità con cui Andrea corre a raccontare quello che gli è successo a suo fratello Simone (cfr. Gv 1,35 ss), scrive: «Forse è questo il modo in cui per circa due secoli il cristianesimo conquistò la maggior parte dei suoi fedeli. Ogni credente era necessariamente un apostolo: una volta incontrata la verità, non conosceva tregua né riposo fino a che non riusciva a rendere partecipi della sua felicità i membri della sua famiglia, i suoi amici, i suoi compagni di lavoro». E a questa missione possono consacrarsi tutti - continua Bardy -, «anche i più poveri, i più ignoranti, i più disprezzati; gli schiavi, con i loro compagni di dolore; i marinai, durante gli scali; i commercianti con i loro clienti, sempre in attesa di notizie dai paesi lontani...» (La conversione al cristianesimo nei primi secoli, Jaca Book 1981, p. 250).

Un crogiolo di popoli
Nei i secoli che precedettero la nascita di Cristo, la penisola iberica era abitata da un'enorme varietà di tribù e di popoli che, provenienti da Africa, Europa e Asia, si erano stabiliti in essa: Iberici, Celti, Vasconi, Celtiberici... L'eccellente posizione geografica della penisola - limite occidentale del mondo mediterraneo e non plus ultra delle terre conosciute, ponte tra il continente africano e quello euroasiatico -, unita alla sua ricchezza di metalli e cereali, fece sì che Fenici e Greci, le grandi potenze commerciali del Mediterraneo, fondassero delle colonie sulle sue coste meridionali e orientali, lasciando la loro impronta nelle tecniche di coltivazione, nella lavorazione del metallo, nella scrittura, nelle pratiche religiose e nell'arte.
In seguito i Cartaginesi, che inizialmente avevano fruito abbondantemente delle risorse peninsulari, fecero delle loro colonie in Spagna basi strategiche nella loro lotta contro l'espansione dell'Impero romano. L'impetuosa avanzata della nuova potenza, Roma, pose fine all'Impero cartaginese, fondando così l'Iberia romana.

Il legato dei Romani
Le prime truppe romane erano giunte nella penisola nel 218 a.C., ottenendo il dominio del Sud e del Levante dopo aver sconfitto Annibale nella seconda guerra punica. Tuttavia il dominio dell'altipiano non fu facile per Roma - ricordiamo Viriato, vero incubo dei generali romani, o l'ostinata difesa dell'assedio di Numanzia -, che fino all'anno 19 a.C. non riuscì a soffocare le ultime resistenze dei Cantabri e degli Asturiani.
Al contrario, l'assimilazione culturale venne portata a termine senza incontrare forti resistenze. Gli abitanti della penisola aderirono facilmente agli usi e alle idee di una cultura chiaramente superiore. Ricordiamo che l'Iberia romana generò figure molto importanti per la storia, come il filosofo e scrittore Seneca o gli imperatori Adriano e Traiano.
L'arrivo dei Romani in Iberia costituisce il fatto più importante della nostra storia antica, poiché, da una parte determinò la fisionomia delle nostre città, il nostro pensiero, la nostra lingua e le nostre leggi e, dall'altro fu strumento per la diffusione del cristianesimo, dato che ruppe l'isolamento dei suoi abitanti e creò una fitta rete di comunicazioni.
A partire dall'anno 197 a.C. la penisola fu divisa in due province: l'Iberia Citeriore - a nord-ovest - e l'Iberia Ulteriore - a sud-ovest. Augusto, nell'anno 27 a.C., divise in due l'Iberia Ulteriore, creando la Betica e la Lusitania. In seguito una parte della Betica fu aggiunta alla Citeriore, creando la Tarragonese. Diocleziano, infine, creerà la Cartaginese e la Galizia.
Questo è il panorama politico e culturale in cui si svolge la vita delle prime comunità cristiane fino all'arrivo della prima ondata di invasioni germaniche, nel 409 d.C.

Le testimonianze più antiche
Se è vero che «il cristianesimo avanzò con la romanizzazione» (come afferma M. Sotomayor, in Storia della Chiesa in Spagna, vol. 1, Madrid, BAC, 1979, pag.14), dobbiamo supporre che già a metà del I secolo ci fosse una presenza cristiana nella penisola, sebbene le testimonianze documentali siano posteriori. Ad ogni modo, attraverso le vie dell'Impero romano si diffuse non solo il cristianesimo, ma anche una gran quantità di religioni orientali che aumentarono la nostra già varia e complessa geografia religiosa. La sopravvivenza di pratiche e culti pagani fu precisamente una delle grandi sfide con cui dovette misurarsi la proposta cristiana nei primi secoli della nostra era.
Alla fine del II secolo Ireneo da Lione, sottolineando la cattolicità della Chiesa, allude alle chiese stabilite nella penisola quando scrive: «Sebbene nel mondo le lingue siano innumerevoli, il potere della tradizione è uno e lo stesso; le chiese fondate tra i germani non credono né trasmettono altro, né quelle delle Iberie, né quelle dei Celti, né quelle d'Oriente, né in Egitto, né in Libia, né quelle fondate in mezzo al mondo». Questo riferimento presuppone l'esistenza di chiese già consolidate, simili a quelle delle altre regioni dell'Impero.
Alcuni documenti giunti fino a noi testimoniano le relazioni esistenti tra le comunità cristiane del Nord Africa e quelle della penisola iberica, e allo stesso tempo ci informano della diffusione del cristianesimo in tutte le regioni dell'Iberia. Agli inizi del III secolo Tertulliano, il grande scrittore africano, elencando i popoli che hanno già ricevuto l'annuncio cristiano e in cui «è adorato il nome di Cristo», include «tutte le frontiere delle Iberie».
Un'altra preziosa testimonianza è quella fornita dalla lettera 67 di Cipriano da Cartagine, in cui insieme ad altri 36 Vescovi africani risponde ad una lettera inviata dalle chiese di León-Astorga e Mérida. Da questa possiamo dedurre l'esistenza, a metà del III secolo, di comunità cristiane pienamente strutturate, con diaconi, presbiteri e Vescovi, e un buon numero di fedeli.

San Giacomo
Insieme ai documenti appena citati dobbiamo accennare, sebbene sommariamente, a tre tradizioni - di valore diverso - circa le origini apostoliche della Chiesa in Spagna. Poiché si tratta di tradizioni che sono state oggetto di accalorate discussioni da parte degli storici, ci limiteremo a passare in rassegna i dati più importanti.
La prima tradizione è quella che si riferisce alla predicazione di san Giacomo in Spagna. Le tradizioni circa il sepolcro dell'apostolo a Compostela meriteranno uno studio a parte, data l'importanza che il culto di san Giacomo ebbe nella coscienza collettiva dei cristiani spagnoli durante l'epoca della Riconquista e data l'importanza del Camino de Santiago nell'Europa cristiana medioevale. Ricordiamo che Giacomo, uno dei dodici, fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo, detto il Maggiore, è il patrono di Spagna. Il libro degli Atti degli Apostoli narra l'opera evangelizzatrice di Pietro e Paolo, ma non dice nulla dell'opera degli altri apostoli. A riguardo dell'argomento che ci interessa afferma solo che Erode fece uccidere con una spada Giacomo, fratello di Giovanni (At 12,2). La morte di Giovanni sarebbe avvenuta a Gerusalemme verso l'anno 44 d.C. La sua presenza in Spagna, pertanto, dovrebbe situarsi prima di questa data.
Durante l'alto Medio Evo in Occidente vi era la convinzione diffusa dell'opera evangelizzatrice di san Giacomo in Spagna. È l'epoca in cui si sviluppa la venerazione verso tutti gli apostoli, con la diffusione delle loro feste liturgiche e con la raccolta, in vari scritti, di informazioni di diversa provenienza sulla loro nascita, la loro predicazione, la loro morte e la loro sepoltura. Tra questi testi latini, diversi attribuiscono a Giacomo la predicazione nella «Hispania et Occidentalia loca». Lo fanno, tra gli altri, il Breviarium Apostolorum della fine del VI secolo, l'opuscolo spagnolo degli inizi del VII secolo De ortu et obitu Patrum, diffuso come opera di sant'Isidoro da Siviglia, e l'inno della liturgia spagnola O Dei Verbum, dell'VIII secolo. Un documento medioevale, conservato in un codice dell'archivio della basilica del Pilone a Saragozza, raccoglie anche la tradizione di san Giacomo in Spagna e rappresenta la prima menzione dell'apparizione della Vergine a Giacomo sulle sponde dell'Ebro. Dal punto di vista storico, la questione decisiva è la maggiore o minore antichità di queste tradizioni e come spiegare il silenzio degli autori spagnoli anteriori al VI secolo. Secondo alcuni autori, sebbene non si possa provare che san Giacomo si sia recato in Spagna, bisognerebbe almeno affermare l'opera evangelizzatrice nelle nostre terre da parte dei suoi discepoli, i quali, dopo il martirio di Giacomo a Gerusalemme, avrebbero trasportato il suo corpo fino alla penisola.

San Paolo
Un'altra tradizione, più fondata dal punto di vista della documentazione storica, è quella che afferma la venuta dell'apostolo Paolo in Spagna. Senza alcun dubbio l'apostolo ebbe il desiderio e l'intenzione di venire nella penisola per annunciare Gesù Cristo anche qui o per visitare le comunità già esistenti, come scrive chiaramente in due passaggi della sua lettera ai Romani (Rm 15,23 e 28). La questione è se effettivamente lo fece o se la prigione o la morte gli impedirono di realizzare il suo agognato progetto. A favore della sua visita vi è la testimonianza di Clemente da Roma che, alla fine del I secolo, afferma che san Paolo giunse «fino all'estremità dell'Occidente». Ricordiamo che i limiti occidentali dell'orbe erano precisamente le province spagnole. Altri documenti cristiani posteriori - il Frammento muratoriano, gli atti apocrifi di Pietro e Paolo, testi di san Girolamo, sant'Atanasio, san Cirillo da Gerusalemme, sant'Epifanio, san Giovanni Crisostomo e Teodoreto - danno per certa la venuta dell'apostolo. Contro questa tesi occorre segnalare il silenzio degli scrittori ecclesiastici spagnoli dei primi secoli, che sembrano ignorare questa tradizione, e il fatto che nessuna Chiesa locale spagnola rivendichi la sua origine paolina. In base a tutto ciò, anche se non si raggiunge la certezza storica della venuta di san Paolo in Spagna, possiamo affermare la sua probabilità, avvallata da rilevanti testimonianze.

I sette uomini apostolici
L'ultima tradizione è quella dei sette "uomini apostolici", secondo la quale gli apostoli avrebbero ordinato a Roma sette uomini, inviandoli poi in Spagna per predicarvi la fede. Ognuno avrebbe fondato una chiesa, stabilendo diocesi nelle città principali: san Torquato avrebbe fondato Acci (Guadix); san Tesifonte, Bergi (nelle Alpujarras); san Secondo, Abula (Ávila); san Cecilio, Iliberis (Elvira o Granada); sant'Indalecio, Urci (Oca); sant'Hesiquio, Carcesa (Cazorla); sant'Eufrasio, Illiturgi (Andújar). Sembra trattarsi di un racconto medioevale che può aver raccolto dei dati di tradizioni più antiche, ma a cui gli storici non concedono oggi particolare credibilità.
Tutte queste tradizioni a cui abbiamo accennato hanno come obiettivo principale quello di sottolineare il carattere apostolico delle chiese spagnole. Ma ricordiamo che questa apostolicità , che è una delle caratteristiche fondamentali della Chiesa, non dipende dalla fondazione effettiva delle nostre chiese da parte di un apostolo, bensì dalla sua comunione di fede ed esperienza con l'Avvenimento originale e con la Chiesa universale, il che ci permette di avere la certezza di vivere duemila anni dopo la stessa esperienza di incontro e sequela di Cristo che vissero Giovanni, Andrea, Giacomo o Simone.

(traduzione a cura di Mara Trussardi)
                                                     
                                                  (Versón española del artículo)

             El primer aviso en Iberia romana
                         de JUAN MIGUEL PRIM

Los orígenes de la extensión del cristianismo en España. Una variedad de tribu y de gente, la llegada de los romanos y las tradiciones de los principios apostólicos de la Iglesia española. San Santiago y san Pablo.

Dos factores hacen la tarea difícil de reconstruir la historia de los orígenes del cristianismo en la península ibérica: de un lado, la carencia de fuentes en las comunidades cristianas españolas de los primeros dos siglos; del otro, el hecho de que la extensión de la nueva fe por la oikumene  - el mundo sabido - no siguió un plan  preestablecido que pueda ser examinado por el historiador, pero era fruto del testimonio personal y comunitario de todos los miembros de la iglesia naciente.
Así lo describe el gran estudioso de la antigüedad cristiana Gustave Bardy cuando, después de haber recordado el encuentro de los dos primeros  discípulos con Jesús y de la espontaneidad con que funciona Andrés para decir el éxito que él ha tenido  a su hermano de Simón (cfr. Gv 1.35 ss), escribe: "quizás la manera sea aquella por la que aproximadamente durante dos siglos el cristianismo  conquistó la  mayor parte de sus fieles. Cada creyente era necesariamente un apóstol: una vez que estuvo satisfecha la verdad, resto no conocía  tregua ni reposo hasta que no tenía éxito en hacer partícipes de su felicidad a los miembros de su familia, a sus amigos, y a sus compañeros del trabajo ". Y a esta misión podían consagrarse todos - continúa Bardy -, "también los pobres, y los ignorantes y los más despreciados; los esclavos, con sus compañeros del dolor; y los marineros, durante su escala en los puertos ; y los comerciantes con sus clientes, siempre  atentos a las noticias de los países lejanos... "(La conversión al cristianismo en los primeros siglos, Jaca Book 1981, p. 250 ).

Un crisol de gente

En los siglos que precedieron al nacimiento de Cristo, la península ibérica fue habitada por   una variedad enorme de tribus y de gente que, viniendo de África, Europa y Asia, se habían establecido en ella: Ibéricos, Celtas, Vascones, Celtibéricos... La excelente posición geográfica de la península - límite occidental del mundo mediterráneo y non plus ultra de las tierras conocidas, puente entre el continente africano y el cuello euroasiático -, unida a su abundancia de metales y de cereales, hizo que Fenicios y Griegos, las grandes potencias comerciales del Mediterráneo, fundaran algunas de sus colonias en  sus costas meridionales y  orientales, dejando su impronta en la técnica del cultivo, en el trabajo del metal, de la escritura, de las prácticas religiosas y del arte.
Más adelante los Cartagineses, que habían hecho inicialmente uso abundante de los recursos peninsulares, hicieron de sus colonias en España  bases estratégicas  en su lucha contra la expansión del imperio romano. El impetuoso avance de la nueva potencia, Roma, pone fin al imperio cartaginés,  fundando por lo tanto la Iberia romana.

La herencia de los romanos

 Las primeras tropas romanas hicieron su entrada en la península en el 218 a. C., obteniendo el dominio del Sur y del Levante después de haber derrotado Aníbal en la segunda guerra púnica. No obstante el dominio de la meseta no era fácil para Roma - recordamos a Viriato, el íncubo verdadero de los generales romanos, o la obstinada defensa en el asedio de Numancia -, hasta el punto de que hasta el año 19 a. C.  no tuvo éxito para sofocar las resistencias pasadas de los Cántabros y de los Asturianos.
Por el contrario, la asimilación cultural vino a llevarse a término sin encontrar fuertes resistencias. Los habitantes de la península se adhirieron fácimente a las aplicaciones y a las ideas de una cultura claramente avanzada. Recordamos que la Iberia romana generó figuras muy importantes para la historia, como el filósofo y escritor Séneca o los emperadores Adriano y Trajano.
 La llegada de los Romano a Iberia constituye el hecho más importante de nuestra historia antigua, puesto que, de una parte determinó el aspecto de nuestras ciudades, nuestro pensamiento, nuestra lengua y nuestros leyes y, de otra fue instrumento para la difusión del cristianismo, puesto que interrumpió el aislamiento de sus habitantes y creó una defitiva red de comunicaciones.
A partir  del año 197 a. C. la península fué dividida en dos provincias : la Iberia Citerior - al noroeste – y la Iberia ulterior - al sudoeste. Augusto, en el año 27 a. C., divide en dos la Iberia Ulterior, creando la Bética y la Lusitania. Más adelante  una parte de la Bética fue agregada a la Citerior, creando la Tarraconense. Diocleziano, finalmente, creará la Cartaginense y la de Galicia.
 Éste es el panorama político y cultural en el cual la vida de las primeras comunidades cristianas se realiza hasta la llegada de la primera onda grande de invasiones germánicas, en el 409 d. C..

El testimonio más antiguo

Si es verdad que "el cristianismo avanzó con la romanización" (como afirma M. Sotomayor, en la Historia de la iglesia en España, vol. 1, Madrid, BAC, 1979, pag.14), se debe suponer que a la mitad del siglo había ya una presencia cristiana en la península, aunque los testimonios que la documentan son posteriores. En cualquier caso, a través de las vías del imperio romano el cristianismo no solamente se difunde, sino también una gran cantidad de religiones orientales que aumentaron nuestra ya variada y compleja geografía religiosa . La supervivencia de la práctica y culto pagano fué uno de los grandes desafíos con los que se debió medir la oferta cristiana en los primeros siglos de nuestra era.
Al final del siglo II  Ireneo de Lion, acentuando la catolicidad de la Iglesia, se refiere a las iglesias establecidas en la península cuando escribe: "Aunque en el mundo los idiomas son innumerables, el poder de la tradición es uno e idéntico; las iglesias fundadas entre los germanos no creen que ni unos ni otros transmitan otra cosa, ni  los de la Iberia, ni los de los Celtas, ni los del Oriente, ni en Egipto, ni  en Libia, ni de los fundados en medio del mundo ". Esta referencia presupone la existencia de las iglesias ya consolidadas, similar a las de otras regiones del imperio.
Algunos documentos llegados hasta nosotros atestiguan las relaciones existentes entre las comunidades cristianas del norte de África y las de la península ibérica, y al mismo tiempo nos informan de la difusión del cristianismo en todas las regiones de Iberia. Al principio del III  siglo Tertulliano, el gran escritor africano,  listando la gente que han recibido ya el anuncio cristiano y en cual "se adora el nombre de Cristo", incluye "todas las fronteras de la Iberia".
Otro testimonio precioso es el que nos proveyó la carta 67 de Cipriano de Cartago, en la cual con otros 36 obispos africanos contesta a una carta enviada a las iglesias de León-Astorga y de Mérida. De esto podemos deducir la existencia, a la mitad del III siglo, de la comunidad cristiana totalmente estructurada, con los diáconos, presbíteros y obispos, y un buen número de fieles.

San Santiago

En cuanto a los documentos apenas citados debemos referirlos, aunque muy someramente, a tres tradiciones – de diverso valor - sobre los orígenes apostólicos de la Iglesia en España. Puesto que se trata de las tradiciones que han sido objeto de animadas discusiones de parte de los historiadores, nos limitaremos a reseñar los datos más importantes.
 La primera tradición es aquélla que refiere a la predicación de san Santiago en España. Las tradiciones sobre el sepulcro del Apóstol en Compostela merecerán  un estudio aparte, dada  la importancia que el culto de san Santiago tenía en la conciencia colectiva de los cristianos españoles durante la época de la Reconquista y dada la importancia del Camino de Santiago en la Europa cristiana del medievo. Recordamos que Santiago, uno de los doce, hermano de Juan e hijo del Zebedeo, dicho el Mayor, es el Patrón de España. El libro de lo Hechos de los Apóstoles narra el trabajo evangelizador de Pedro y  Pablo, pero falta  información sobre el trabajo de los otros apóstoles. A tenor del argumento dircursivo que aquí nos interesa  afirma solamente que Herodes hizo matar con una espada a Jacobo, hermano de Juan (Act. 12.2). La muerte de (Giovanni) Santiago habría sucedido en Jerusalén hacia la año 44.d.C. Su presencia en España, por lo tanto, tendría que situarse antes de esta fecha. Durante el alto Medio Evo en Occidente había la convicción difusa del trabajo evangelizador de san Jacobo en España. Es la época en la cual una se desarrolla la veneración hacia todos los apóstoles, con la difusión de sus festividades litúrgicas y con la colección, en varios escritos, de la información de diversa procedencia sobre su nacimiento, su predicación, su muerte y su sepultura. Entre estos textos latinos, diversos atribuyen a Santiago la predicación en "Hispania y lugares  Occidentales". Lo hacen, entre otros, el Breviarium Apostolorum del fin del siglo VI, el folleto español de principios del siglo VII  De ortu et obitu Patrum, difundido como obra de san  Isidoro de Sevilla, y el himno de la liturgia española O Dei Verbum, del siglo VIII. Un documento medieval, conservado en un código de los archivos de la basílica del Pilar en Saragoza, recoge también la tradición de san Santiago en España y representa la primera mención de la aparición de la Virgen a Santiago a orillas del Ebro. Desde el punto de vista histórico, la cuestión decisiva es la mayor o menor antigüedad de estas tradiciones y cómo explicar el silencio de los autores españoles anteriores al siglo VI. Según algunos autores, aunque no se pueda probar que san Santiago haya recalado en España,  por lo menos se debe afirmar el trabajo  evangelizador en nuestras tierras de  parte de sus discípulos, que, después del martirio de Santiago en Jerusalén, habrían transportado su cuerpo hasta la península.

San Pablo

Otra tradición, más fundada desde el punto de vista de la documentación histórica, es aquella que afirma la venida de Pablo como apóstol a España. Sin duda alguna el apóstol tenía deseo y la intención de venir a la península para anunciar a Jesús Cristo también o para visitar  la comunidad ya existente aquí, como escribe claramente en dos pasajes de su carta a los Romanos (Rm 15.23 y 28). La cuestión es si efectivamente lo hace, o si la prisión o la muerte le impidieron realizar su deseado proyecto coveted. A favor de su visita hay el testimonio de Clemente de Roma que, al final del siglo primero, afirma que san Pablo alcanzó "hasta la extremidad del Oeste". Recordamos que los límites occidentales del orbe eran precisamente los de la Provincia española. Otros documentos cristianos posteriores - el Fragmento muratoriano, los hechos apócrifos de Pedro y Pablo, textos de santo Jerónimo, san Atanasio , san Cirilo de Jerusalén, san  Epifanio,  san Juan Crisóstomo y  Teodoreto - dan para seguro la venida del apóstol. Contra esta tesis es necesario señalar el silencio de los escritores eclesiásticos españoles de los primeros siglos, que parecen no hacer caso de esta tradición, y el hecho de que ninguna Iglesia local española reivindique su origen paulino. De acuerdo con todo eso, aunque no se recoge  la certeza histórica de la venida de san Pablo a España, puede afirmars su probabilidad, avalada por testimonios relevantes..

Los siete hombres apostólicos

 La tradición última es la de los siete "hombres apostólicos", según la cual los apóstoles habrían ordenado en Roma a siete hombres, enviándolos después a España para predicar la fe. Cada uno habría fundado una iglesia, estableciendo diócesis en las ciudades principales: san Torcuato habría fundado Acci (Guadix); san Tesifonte, Bergi (en las Alpujarras); san Segundo, Abula (Ávila); san Cecilio, Iliberis (Elvira o Granada);  san Indalecio , Urci (Oca);  san Hesiquio, Carcesa (Cazorla);  san Eufrasio, Illiturgi (Andújar). Parece ser que se trata de una historia  medieval  que puede haber recogido los datos de tradiciones más antiguas, pero que los historiadores hoy no conceden particular credibilidad.
Todas estas tradiciones que hemos precisado han tenido como objetivo principal acentuar el carácter apostólico de las iglesias españolas. Pero recordamos que esta apostolicitad,  que es una de las características fundamentales de la iglesia, no depende de la fundación eficaz de nuestras iglesias por parte de un apóstol, sino de su communion de fe y de experiencia con el Acontecimiento original y con la Iglesia universal, que permite que tengamos la certeza de vivir dos mil años después  la misma experiencia del encuentro y de la secuela de Cristo que vivieron Juan, Andrés, Santiago o Simón (traducción corregida por Mara Trussardi)
                                                                                                 EPILOGO

                                                                          Arriba "intelligente pauca"