Spagna 2 Il
primo annunzio nell'Iberia romana
di JUAN MIGUEL PRIM
Le origini della diffusione del cristianesimo in Spagna. Una varietà di tribù e popoli, l'arrivo dei Romani e le tradizioni degli inizi apostolici della Chiesa spagnola. San Giacomo e san Paolo
Due fattori rendono difficile il compito
di ricostruire la storia delle origini del cristianesimo nella penisola iberica:
da un lato, la scarsità di fonti sulle comunità cristiane spagnole
dei primi due secoli; dall'altro, il fatto che la diffusione della nuova
fede per l'oikumene - il mondo conosciuto - non seguì un piano
prestabilito che possa essere esaminato dallo storico, ma fu frutto della
testimonianza personale e comunitaria di tutti i membri della Chiesa nascente.
Così la descrive il grande studioso dell'antichità cristiana
Gustave Bardy quando, dopo aver rievocato l'incontro dei primi due discepoli
con Gesù e la spontaneità con cui Andrea corre a raccontare
quello che gli è successo a suo fratello Simone (cfr. Gv 1,35
ss), scrive: «Forse è questo il modo in cui per circa due secoli
il cristianesimo conquistò la maggior parte dei suoi fedeli. Ogni
credente era necessariamente un apostolo: una volta incontrata la verità,
non conosceva tregua né riposo fino a che non riusciva a rendere partecipi
della sua felicità i membri della sua famiglia, i suoi amici, i suoi
compagni di lavoro». E a questa missione possono consacrarsi tutti
- continua Bardy -, «anche i più poveri, i più ignoranti,
i più disprezzati; gli schiavi, con i loro compagni di dolore; i marinai,
durante gli scali; i commercianti con i loro clienti, sempre in attesa di
notizie dai paesi lontani...» (La conversione al cristianesimo nei
primi secoli, Jaca Book 1981, p. 250).
Un crogiolo di popoli
Nei i secoli che precedettero la
nascita di Cristo, la penisola iberica era abitata da un'enorme varietà
di tribù e di popoli che, provenienti da Africa, Europa e Asia, si
erano stabiliti in essa: Iberici, Celti, Vasconi, Celtiberici... L'eccellente
posizione geografica della penisola - limite occidentale del mondo mediterraneo
e non plus ultra delle terre conosciute, ponte tra il continente
africano e quello euroasiatico -, unita alla sua ricchezza di metalli e
cereali, fece sì che Fenici e Greci, le grandi potenze commerciali
del Mediterraneo, fondassero delle colonie sulle sue coste meridionali e
orientali, lasciando la loro impronta nelle tecniche di coltivazione, nella
lavorazione del metallo, nella scrittura, nelle pratiche religiose e nell'arte.
In seguito i Cartaginesi, che inizialmente avevano fruito abbondantemente
delle risorse peninsulari, fecero delle loro colonie in Spagna basi strategiche
nella loro lotta contro l'espansione dell'Impero romano. L'impetuosa avanzata
della nuova potenza, Roma, pose fine all'Impero cartaginese, fondando così
l'Iberia romana.
Il legato dei Romani
Le prime truppe romane erano giunte
nella penisola nel 218 a.C., ottenendo il dominio del Sud e del Levante dopo
aver sconfitto Annibale nella seconda guerra punica. Tuttavia il dominio
dell'altipiano non fu facile per Roma - ricordiamo Viriato, vero incubo dei
generali romani, o l'ostinata difesa dell'assedio di Numanzia -, che fino
all'anno 19 a.C. non riuscì a soffocare le ultime resistenze dei Cantabri
e degli Asturiani.
Al contrario, l'assimilazione culturale venne portata a termine senza
incontrare forti resistenze. Gli abitanti della penisola aderirono facilmente
agli usi e alle idee di una cultura chiaramente superiore. Ricordiamo che
l'Iberia romana generò figure molto importanti per la storia, come
il filosofo e scrittore Seneca o gli imperatori Adriano e Traiano.
L'arrivo dei Romani in Iberia costituisce il fatto più importante
della nostra storia antica, poiché, da una parte determinò
la fisionomia delle nostre città, il nostro pensiero, la nostra lingua
e le nostre leggi e, dall'altro fu strumento per la diffusione del cristianesimo,
dato che ruppe l'isolamento dei suoi abitanti e creò una fitta rete
di comunicazioni.
A partire dall'anno 197 a.C. la penisola fu divisa in due province: l'Iberia
Citeriore - a nord-ovest - e l'Iberia Ulteriore - a sud-ovest. Augusto, nell'anno
27 a.C., divise in due l'Iberia Ulteriore, creando la Betica e la Lusitania.
In seguito una parte della Betica fu aggiunta alla Citeriore, creando la
Tarragonese. Diocleziano, infine, creerà la Cartaginese e la Galizia.
Questo è il panorama politico e culturale in cui si svolge la
vita delle prime comunità cristiane fino all'arrivo della prima ondata
di invasioni germaniche, nel 409 d.C.
Le testimonianze più antiche
Se è vero che «il
cristianesimo avanzò con la romanizzazione» (come afferma M.
Sotomayor, in Storia della Chiesa in Spagna, vol. 1, Madrid, BAC,
1979, pag.14), dobbiamo supporre che già a metà del I secolo
ci fosse una presenza cristiana nella penisola, sebbene le testimonianze
documentali siano posteriori. Ad ogni modo, attraverso le vie dell'Impero
romano si diffuse non solo il cristianesimo, ma anche una gran quantità
di religioni orientali che aumentarono la nostra già varia e complessa
geografia religiosa. La sopravvivenza di pratiche e culti pagani fu precisamente
una delle grandi sfide con cui dovette misurarsi la proposta cristiana nei
primi secoli della nostra era.
Alla fine del II secolo Ireneo da Lione, sottolineando la cattolicità
della Chiesa, allude alle chiese stabilite nella penisola quando scrive:
«Sebbene nel mondo le lingue siano innumerevoli, il potere della tradizione
è uno e lo stesso; le chiese fondate tra i germani non credono né
trasmettono altro, né quelle delle Iberie, né quelle dei Celti,
né quelle d'Oriente, né in Egitto, né in Libia, né
quelle fondate in mezzo al mondo». Questo riferimento presuppone l'esistenza
di chiese già consolidate, simili a quelle delle altre regioni dell'Impero.
Alcuni documenti giunti fino a noi testimoniano le relazioni esistenti
tra le comunità cristiane del Nord Africa e quelle della penisola
iberica, e allo stesso tempo ci informano della diffusione del cristianesimo
in tutte le regioni dell'Iberia. Agli inizi del III secolo Tertulliano, il
grande scrittore africano, elencando i popoli che hanno già ricevuto
l'annuncio cristiano e in cui «è adorato il nome di Cristo»,
include «tutte le frontiere delle Iberie».
Un'altra preziosa testimonianza è quella fornita dalla lettera
67 di Cipriano da Cartagine, in cui insieme ad altri 36 Vescovi africani
risponde ad una lettera inviata dalle chiese di León-Astorga e Mérida.
Da questa possiamo dedurre l'esistenza, a metà del III secolo, di
comunità cristiane pienamente strutturate, con diaconi, presbiteri
e Vescovi, e un buon numero di fedeli.
San Giacomo
Insieme ai documenti appena citati
dobbiamo accennare, sebbene sommariamente, a tre tradizioni - di valore diverso
- circa le origini apostoliche della Chiesa in Spagna. Poiché si
tratta di tradizioni che sono state oggetto di accalorate discussioni da
parte degli storici, ci limiteremo a passare in rassegna i dati più
importanti.
La prima tradizione è quella che si riferisce alla predicazione
di san Giacomo in Spagna. Le tradizioni circa il sepolcro dell'apostolo
a Compostela meriteranno uno studio a parte, data l'importanza che il culto
di san Giacomo ebbe nella coscienza collettiva dei cristiani spagnoli durante
l'epoca della Riconquista e data l'importanza del Camino de Santiago nell'Europa
cristiana medioevale. Ricordiamo che Giacomo, uno dei dodici, fratello di
Giovanni e figlio di Zebedeo, detto il Maggiore, è il patrono di
Spagna. Il libro degli Atti degli Apostoli narra l'opera evangelizzatrice
di Pietro e Paolo, ma non dice nulla dell'opera degli altri apostoli. A
riguardo dell'argomento che ci interessa afferma solo che Erode fece uccidere
con una spada Giacomo, fratello di Giovanni (At 12,2). La morte di Giovanni
sarebbe avvenuta a Gerusalemme verso l'anno 44 d.C. La sua presenza in Spagna,
pertanto, dovrebbe situarsi prima di questa data.
Durante l'alto Medio Evo in Occidente vi era la convinzione diffusa dell'opera
evangelizzatrice di san Giacomo in Spagna. È l'epoca in cui si sviluppa
la venerazione verso tutti gli apostoli, con la diffusione delle loro feste
liturgiche e con la raccolta, in vari scritti, di informazioni di diversa
provenienza sulla loro nascita, la loro predicazione, la loro morte e la
loro sepoltura. Tra questi testi latini, diversi attribuiscono a Giacomo la
predicazione nella «Hispania et Occidentalia loca». Lo fanno,
tra gli altri, il Breviarium Apostolorum della fine del VI secolo,
l'opuscolo spagnolo degli inizi del VII secolo De ortu et obitu Patrum,
diffuso come opera di sant'Isidoro da Siviglia, e l'inno della liturgia spagnola
O Dei Verbum, dell'VIII secolo. Un documento medioevale, conservato
in un codice dell'archivio della basilica del Pilone a Saragozza, raccoglie
anche la tradizione di san Giacomo in Spagna e rappresenta la prima menzione
dell'apparizione della Vergine a Giacomo sulle sponde dell'Ebro. Dal punto
di vista storico, la questione decisiva è la maggiore o minore antichità
di queste tradizioni e come spiegare il silenzio degli autori spagnoli anteriori
al VI secolo. Secondo alcuni autori, sebbene non si possa provare che san
Giacomo si sia recato in Spagna, bisognerebbe almeno affermare l'opera evangelizzatrice
nelle nostre terre da parte dei suoi discepoli, i quali, dopo il martirio
di Giacomo a Gerusalemme, avrebbero trasportato il suo corpo fino alla penisola.
San Paolo
Un'altra tradizione, più
fondata dal punto di vista della documentazione storica, è quella
che afferma la venuta dell'apostolo Paolo in Spagna. Senza alcun dubbio l'apostolo
ebbe il desiderio e l'intenzione di venire nella penisola per annunciare
Gesù Cristo anche qui o per visitare le comunità già
esistenti, come scrive chiaramente in due passaggi della sua lettera ai Romani
(Rm 15,23 e 28). La questione è se effettivamente lo fece o se la
prigione o la morte gli impedirono di realizzare il suo agognato progetto.
A favore della sua visita vi è la testimonianza di Clemente da Roma
che, alla fine del I secolo, afferma che san Paolo giunse «fino all'estremità
dell'Occidente». Ricordiamo che i limiti occidentali dell'orbe erano
precisamente le province spagnole. Altri documenti cristiani posteriori
- il Frammento muratoriano, gli atti apocrifi di Pietro e Paolo, testi di
san Girolamo, sant'Atanasio, san Cirillo da Gerusalemme, sant'Epifanio, san
Giovanni Crisostomo e Teodoreto - danno per certa la venuta dell'apostolo.
Contro questa tesi occorre segnalare il silenzio degli scrittori ecclesiastici
spagnoli dei primi secoli, che sembrano ignorare questa tradizione, e il fatto che nessuna Chiesa locale spagnola rivendichi
la sua origine paolina. In base a tutto ciò, anche
se non si raggiunge la certezza storica della venuta di san Paolo in Spagna,
possiamo affermare la sua probabilità, avvallata da rilevanti testimonianze.
I sette uomini apostolici
L'ultima tradizione è quella
dei sette "uomini apostolici", secondo la quale gli apostoli avrebbero ordinato
a Roma sette uomini, inviandoli poi in Spagna per predicarvi la fede. Ognuno
avrebbe fondato una chiesa, stabilendo diocesi nelle città principali:
san Torquato avrebbe fondato Acci (Guadix); san Tesifonte, Bergi (nelle Alpujarras);
san Secondo, Abula (Ávila); san Cecilio, Iliberis (Elvira o Granada);
sant'Indalecio, Urci (Oca); sant'Hesiquio, Carcesa (Cazorla); sant'Eufrasio,
Illiturgi (Andújar). Sembra trattarsi di un racconto medioevale che
può aver raccolto dei dati di tradizioni più antiche, ma a
cui gli storici non concedono oggi particolare credibilità.
Tutte queste tradizioni a cui abbiamo accennato hanno come obiettivo
principale quello di sottolineare il carattere apostolico delle chiese spagnole.
Ma ricordiamo che questa apostolicità , che è una delle caratteristiche
fondamentali della Chiesa, non dipende dalla fondazione effettiva delle nostre
chiese da parte di un apostolo, bensì dalla sua comunione di fede
ed esperienza con l'Avvenimento originale e con la Chiesa universale, il che
ci permette di avere la certezza di vivere duemila anni dopo la stessa esperienza
di incontro e sequela di Cristo che vissero Giovanni, Andrea, Giacomo o Simone.
(traduzione a cura di Mara Trussardi)
(Versón española
del artículo)
El primer
aviso en Iberia romana
de JUAN MIGUEL PRIM
Los orígenes de la extensión del cristianismo en España.
Una variedad de tribu y de gente, la llegada de los romanos y las tradiciones
de los principios apostólicos de la Iglesia española. San Santiago
y san Pablo.
Dos factores hacen la tarea difícil de reconstruir la historia de
los orígenes del cristianismo en la península ibérica:
de un lado, la carencia de fuentes en las comunidades cristianas españolas
de los primeros dos siglos; del otro, el hecho de que la extensión
de la nueva fe por la oikumene - el mundo sabido - no siguió
un plan preestablecido que pueda ser examinado por el historiador, pero
era fruto del testimonio personal y comunitario de todos los miembros de
la iglesia naciente.
Así lo describe el gran estudioso de la antigüedad cristiana
Gustave Bardy cuando, después de haber recordado el encuentro de los
dos primeros discípulos con Jesús y de la espontaneidad
con que funciona Andrés para decir el éxito que él ha
tenido a su hermano de Simón (cfr. Gv 1.35 ss), escribe: "quizás
la manera sea aquella por la que aproximadamente durante dos siglos el cristianismo
conquistó la mayor parte de sus fieles. Cada creyente era necesariamente
un apóstol: una vez que estuvo satisfecha la verdad, resto no conocía
tregua ni reposo hasta que no tenía éxito en hacer partícipes
de su felicidad a los miembros de su familia, a sus amigos, y a sus compañeros
del trabajo ". Y a esta misión podían consagrarse todos - continúa
Bardy -, "también los pobres, y los ignorantes y los más despreciados;
los esclavos, con sus compañeros del dolor; y los marineros, durante
su escala en los puertos ; y los comerciantes con sus clientes, siempre
atentos a las noticias de los países lejanos... "(La conversión
al cristianismo en los primeros siglos, Jaca Book 1981, p. 250 ).
Un crisol de gente
En los siglos que precedieron al nacimiento de Cristo, la península
ibérica fue habitada por una variedad enorme de tribus
y de gente que, viniendo de África, Europa y Asia, se habían
establecido en ella: Ibéricos, Celtas, Vascones, Celtibéricos...
La excelente posición geográfica de la península - límite
occidental del mundo mediterráneo y non plus ultra de las tierras conocidas,
puente entre el continente africano y el cuello euroasiático -, unida
a su abundancia de metales y de cereales, hizo que Fenicios y Griegos, las
grandes potencias comerciales del Mediterráneo, fundaran algunas de
sus colonias en sus costas meridionales y orientales, dejando
su impronta en la técnica del cultivo, en el trabajo del metal, de
la escritura, de las prácticas religiosas y del arte.
Más adelante los Cartagineses, que habían hecho inicialmente
uso abundante de los recursos peninsulares, hicieron de sus colonias en España
bases estratégicas en su lucha contra la expansión del
imperio romano. El impetuoso avance de la nueva potencia, Roma, pone fin al
imperio cartaginés, fundando por lo tanto la Iberia romana.
La herencia de los romanos
Las primeras tropas romanas hicieron su entrada en la península
en el 218 a. C., obteniendo el dominio del Sur y del Levante después
de haber derrotado Aníbal en la segunda guerra púnica. No obstante
el dominio de la meseta no era fácil para Roma - recordamos a Viriato,
el íncubo verdadero de los generales romanos, o la obstinada defensa
en el asedio de Numancia -, hasta el punto de que hasta el año 19 a.
C. no tuvo éxito para sofocar las resistencias pasadas de los
Cántabros y de los Asturianos.
Por el contrario, la asimilación cultural vino a llevarse a término
sin encontrar fuertes resistencias. Los habitantes de la península
se adhirieron fácimente a las aplicaciones y a las ideas de una cultura
claramente avanzada. Recordamos que la Iberia romana generó figuras
muy importantes para la historia, como el filósofo y escritor Séneca
o los emperadores Adriano y Trajano.
La llegada de los Romano a Iberia constituye el hecho más importante
de nuestra historia antigua, puesto que, de una parte determinó el
aspecto de nuestras ciudades, nuestro pensamiento, nuestra lengua y nuestros
leyes y, de otra fue instrumento para la difusión del cristianismo,
puesto que interrumpió el aislamiento de sus habitantes y creó
una defitiva red de comunicaciones.
A partir del año 197 a. C. la península fué dividida
en dos provincias : la Iberia Citerior - al noroeste – y la Iberia ulterior
- al sudoeste. Augusto, en el año 27 a. C., divide en dos la Iberia
Ulterior, creando la Bética y la Lusitania. Más adelante
una parte de la Bética fue agregada a la Citerior, creando la Tarraconense.
Diocleziano, finalmente, creará la Cartaginense y la de Galicia.
Éste es el panorama político y cultural en el cual la
vida de las primeras comunidades cristianas se realiza hasta la llegada de
la primera onda grande de invasiones germánicas, en el 409 d. C..
El testimonio más antiguo
Si es verdad que "el cristianismo avanzó con la romanización"
(como afirma M. Sotomayor, en la Historia de la iglesia en España,
vol. 1, Madrid, BAC, 1979, pag.14), se debe suponer que a la mitad del siglo
había ya una presencia cristiana en la península, aunque los
testimonios que la documentan son posteriores. En cualquier caso, a través
de las vías del imperio romano el cristianismo no solamente se difunde,
sino también una gran cantidad de religiones orientales que aumentaron
nuestra ya variada y compleja geografía religiosa . La supervivencia
de la práctica y culto pagano fué uno de los grandes desafíos
con los que se debió medir la oferta cristiana en los primeros siglos
de nuestra era.
Al final del siglo II Ireneo de Lion, acentuando la catolicidad de
la Iglesia, se refiere a las iglesias establecidas en la península
cuando escribe: "Aunque en el mundo los idiomas son innumerables, el poder
de la tradición es uno e idéntico; las iglesias fundadas entre
los germanos no creen que ni unos ni otros transmitan otra cosa, ni
los de la Iberia, ni los de los Celtas, ni los del Oriente, ni en Egipto,
ni en Libia, ni de los fundados en medio del mundo ". Esta referencia
presupone la existencia de las iglesias ya consolidadas, similar a las de
otras regiones del imperio.
Algunos documentos llegados hasta nosotros atestiguan las relaciones existentes
entre las comunidades cristianas del norte de África y las de la península
ibérica, y al mismo tiempo nos informan de la difusión del cristianismo
en todas las regiones de Iberia. Al principio del III siglo Tertulliano,
el gran escritor africano, listando la gente que han recibido ya el
anuncio cristiano y en cual "se adora el nombre de Cristo", incluye "todas
las fronteras de la Iberia".
Otro testimonio precioso es el que nos proveyó la carta 67 de Cipriano
de Cartago, en la cual con otros 36 obispos africanos contesta a una carta
enviada a las iglesias de León-Astorga y de Mérida. De esto
podemos deducir la existencia, a la mitad del III siglo, de la comunidad cristiana
totalmente estructurada, con los diáconos, presbíteros y obispos,
y un buen número de fieles.
San Santiago
En cuanto a los documentos apenas citados debemos referirlos, aunque muy
someramente, a tres tradiciones – de diverso valor - sobre los orígenes
apostólicos de la Iglesia en España. Puesto que se trata de
las tradiciones que han sido objeto de animadas discusiones de parte de los
historiadores, nos limitaremos a reseñar los datos más importantes.
La primera tradición es aquélla que refiere a la predicación
de san Santiago en España. Las tradiciones sobre el sepulcro del Apóstol
en Compostela merecerán un estudio aparte, dada la importancia
que el culto de san Santiago tenía en la conciencia colectiva de los
cristianos españoles durante la época de la Reconquista y dada
la importancia del Camino de Santiago en la Europa cristiana del medievo.
Recordamos que Santiago, uno de los doce, hermano de Juan e hijo del Zebedeo,
dicho el Mayor, es el Patrón de España. El libro de lo Hechos
de los Apóstoles narra el trabajo evangelizador de Pedro y Pablo,
pero falta información sobre el trabajo de los otros apóstoles.
A tenor del argumento dircursivo que aquí nos interesa afirma
solamente que Herodes hizo matar con una espada a Jacobo, hermano de Juan
(Act. 12.2). La muerte de (Giovanni) Santiago habría sucedido en Jerusalén
hacia la año 44.d.C. Su presencia en España, por lo tanto, tendría
que situarse antes de esta fecha. Durante el alto Medio Evo en Occidente
había la convicción difusa del trabajo evangelizador de san
Jacobo en España. Es la época en la cual una se desarrolla la
veneración hacia todos los apóstoles, con la difusión
de sus festividades litúrgicas y con la colección, en varios
escritos, de la información de diversa procedencia sobre su nacimiento,
su predicación, su muerte y su sepultura. Entre estos textos latinos,
diversos atribuyen a Santiago la predicación en "Hispania y lugares
Occidentales". Lo hacen, entre otros, el Breviarium Apostolorum del fin del
siglo VI, el folleto español de principios del siglo VII De ortu
et obitu Patrum, difundido como obra de san Isidoro de Sevilla, y el
himno de la liturgia española O Dei Verbum, del siglo VIII. Un documento
medieval, conservado en un código de los archivos de la basílica
del Pilar en Saragoza, recoge también la tradición de san Santiago
en España y representa la primera mención de la aparición
de la Virgen a Santiago a orillas del Ebro. Desde el punto de vista histórico,
la cuestión decisiva es la mayor o menor antigüedad de estas
tradiciones y cómo explicar el silencio de los autores españoles
anteriores al siglo VI. Según algunos autores, aunque no se pueda
probar que san Santiago haya recalado en España, por lo menos
se debe afirmar el trabajo evangelizador en nuestras tierras de
parte de sus discípulos, que, después del martirio de Santiago
en Jerusalén, habrían transportado su cuerpo hasta la península.
San Pablo
Otra tradición, más fundada desde el punto de vista de la
documentación histórica, es aquella que afirma la venida de
Pablo como apóstol a España. Sin duda alguna el apóstol
tenía deseo y la intención de venir a la península para
anunciar a Jesús Cristo también o para visitar la comunidad
ya existente aquí, como escribe claramente en dos pasajes de su carta
a los Romanos (Rm 15.23 y 28). La cuestión es si efectivamente lo
hace, o si la prisión o la muerte le impidieron realizar su deseado
proyecto coveted. A favor de su visita hay el testimonio de Clemente de Roma
que, al final del siglo primero, afirma que san Pablo alcanzó "hasta
la extremidad del Oeste". Recordamos que los límites occidentales
del orbe eran precisamente los de la Provincia española. Otros documentos
cristianos posteriores - el Fragmento muratoriano, los hechos apócrifos
de Pedro y Pablo, textos de santo Jerónimo, san Atanasio , san Cirilo
de Jerusalén, san Epifanio, san Juan Crisóstomo
y Teodoreto - dan para seguro la venida del apóstol. Contra
esta tesis es necesario señalar el silencio de los escritores eclesiásticos
españoles de los primeros siglos, que parecen no hacer caso de esta
tradición, y el hecho de que ninguna Iglesia local española
reivindique su origen paulino. De acuerdo con todo eso, aunque no se recoge
la certeza histórica de la venida de san Pablo a España, puede
afirmars su probabilidad, avalada por testimonios relevantes..
Los siete hombres apostólicos
La tradición última es la de los siete "hombres apostólicos",
según la cual los apóstoles habrían ordenado en Roma
a siete hombres, enviándolos después a España para predicar
la fe. Cada uno habría fundado una iglesia, estableciendo diócesis
en las ciudades principales: san Torcuato habría fundado Acci (Guadix);
san Tesifonte, Bergi (en las Alpujarras); san Segundo, Abula (Ávila);
san Cecilio, Iliberis (Elvira o Granada); san Indalecio , Urci (Oca);
san Hesiquio, Carcesa (Cazorla); san Eufrasio, Illiturgi (Andújar).
Parece ser que se trata de una historia medieval que puede haber
recogido los datos de tradiciones más antiguas, pero que los historiadores
hoy no conceden particular credibilidad.
Todas estas tradiciones que hemos precisado han tenido como objetivo principal
acentuar el carácter apostólico de las iglesias españolas.
Pero recordamos que esta apostolicitad, que es una de las características
fundamentales de la iglesia, no depende de la fundación eficaz de nuestras
iglesias por parte de un apóstol, sino de su communion de fe y de
experiencia con el Acontecimiento original y con la Iglesia universal, que
permite que tengamos la certeza de vivir dos mil años después
la misma experiencia del encuentro y de la secuela de Cristo que vivieron
Juan, Andrés, Santiago o Simón (traducción corregida
por Mara Trussardi)
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